Presidente del gruppo S&D in Parlamento europeo
EUROPARLAMENTARE DEL PARTITO DEMOCRATICO

Addio alla nuova Europa, i liberali freneranno Angela Merkel

Gianni Pittella

intervista di Alessandro Farruggia – “QN”, 26 settembre 2017

«Queste elezioni tedesche rischiano di creare problemi che vanno ben oltre lo spostamento a destra dell’asse politico tedesco e l’effetto trascinamento in altri Paesi, compreso il nostro. Il frutto avvelenato è l’effetto sull’Europa del governo che nascerà a Berlino. A Bruxelles stavamo lavorando a uno scatto in avanti per rafforzare l’architettura istituzionale europea, ad esempio con un ministro delle Finanze europeo che producesse una politica economica comune per la crescita e la creazione dei posti di lavoro, ma oggi questo progetto è oggettivamente a grave rischio». Così Gianni Pittella, Pd, capogruppo dei socialisti e dei democratici (S&D) all’Europarlamento.

Onorevole Pittella, che cosa la preoccupa della coalizione ‘Giamaica’ tra Cdu/Csu, liberali e verdi?

«Il fatto che conterrà quel partito liberale tedesco che è contrarissimo a integrazioni europee più avanzate ed è portavoce di un assoluto rigorismo finanziario. Anche se non riuscirà come vorrebbe ad avere il posto di Schäuble, frenerà molto l’europeismo della Merkel. E così, nel momento nel quale lavoravamo per un passo in avanti, rischiamo uno stallo».

E poi c’è AfD. Che cosa significa avere al Bundestag un partito sovranista e xenofobo con 94 seggi?

«Significa che c’è una area sociale tanto arrabbiata e tanto delusa da ritenere di non avere nulla da perdere e pronta ad accettare persino una offerta politica di questo genere. Per invertire questo trend non basta però lanciare alte grida di scandalo, bisogna drenare il terreno attorno alle forze populiste risolvendo i problemi dei cittadini. Altrimenti, le forze che si alimentano delle nostre paure, le forze del tanto peggio tanto meglio, cresceranno ancora».

E questo è un problema serio per i socialisti. La sconfitta dell’Spd si aggiunge alla recente sconfitta dei socialisti in Francia e a molte altre in Europa. Perché la socialdemocrazia non riesce più a interpretare i bisogni degli elettori e perde consensi?

«La crisi dei socialisti in Europa e nel mondo deriva da una causa profonda: non siamo riusciti a leggere appieno le conseguenze della globalizzazione. Centinaia di migliaia di persone hanno perso il posto di lavoro, o sono state precarizzate. Intere regioni si sono marginalizzate mentre altre agganciavano lo sviluppo. Non siamo riusciti a dare una risposta convincente a questi ceti impoveriti e anzi, in una certa fase, abbiamo anche lisciato il pelo al turbocapitalismo quando invece il nostro compito storico era ed è proteggere i ceti più deboli. Quelle persone, lasciate sole, si sono rivolte altrove».

In primis ai populisti e agli antisistema.

«Diciamolo chiaramente. La maggior parte di coloro che hanno votato per Marine Le Pen in Francia o per AfD in Germania sono proprio nostri elettori. Persone deluse dalla mancanza di politiche sociali, impaurite per l’immigrazione si sono rivolte a un altro forno politico, anche se xenofobo. Per tornare competitivi dobbiamo saper essere il partito dell’equità sociale della libertà dal bisogno. E poi basta grandi coalizioni: destra e sinistra devono essere alternative. Se vanno al governo assieme lasciano spazio a movimenti populisti, come si è visto in Germania».

Anche in Italia no a grandi coalizioni?

«La ricetta vale per tutti. Per la Germania, come ha ben capito Martin Schulz, come per la Spagna, dove i socialisti non hanno mai pensato a una intesa con il partito popolare di Rajoy, o anche per l’Italia. E noi al Parlamento Europeo la riflessione l’abbiamo avviata da tempo e non a caso la grande coalizione l’abbiamo rotta».

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