Presidente del gruppo S&D in Parlamento europeo
EUROPARLAMENTARE DEL PARTITO DEMOCRATICO

Ora Juncker si è convinto, più soldi a Triton contro i mercanti

intervista di Luciano Pignataro – “Il Mattino”, 21 aprile 2015

«Sono personalmente soddisfatto per la convocazione del Vertice Straordinario dell’Unione europea. Lo avevo chiesto personalmente». Gianni Pittella, capogruppo dell’Europarlamento dei socialisti e democratici europei, ha passato tutta la giornata consultando gli altri capigruppo e incontrando Juncker e Schulz.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla riunione di giovedì?

«Credo alcune misure di impatto immediato per dare segnali concreti agli scafisti e soprattutto all’opinione pubblica europea ed italiana».

Cosa, nel concreto?

«In primo luogo l’immediato rafforzamento di Triton con un budget che consenta l’acquisto e l’uso di mezzi adeguati alla dimensione dell’emergenza. Una sorta di Marte Nostrum europeo che consenta non solo di pattugliare ma anche di operare salvataggi in mare».

La cornice di questo esodo di massa è però il disastro politico libico oltre che la difficoltà di relazionarsi politicamente con gli stati africani da cui partono i disperati che fuggono dalle guerre.

«Infatti il summit dei governi europei dovrà affrontare questo nodo e iniziare a trattare in quei paesi dove è possibile farlo».

Cosa potrebbero fare per sostenere l’azione dell’Europa?

«Per esempio realizzare dei censimenti di coloro che chiedono asilo per ragioni politiche e religiose. Questo consentirebbe di realizzare dei veri e propri ponti aerei che colpirebbero il guadagno dei clan che controllano il traffico. Allo stato dei fatti, noi prendiamo atto delle richieste di asilo solo quando sono sul nostro suolo».

La richiesta di blocco navale è uno slogan o una misura che si può prendere realmente in considerazione?

«Credo che sia una misura che, se adottata, aiuterebbe i trafficanti che userebbero il blocco come un taxi scaricando davanti alle nostre navi i disperati. Non ci sono certo strumenti giuridici che ci consentirebbero di ricondurli nei porti da cui sono venuti».

A suo giudizio l’Unione europea ha la percezione della dimensione di quel che sta avvenendo nel Mediterraneo?

«Abbiamo più volte sottolineato lo strabismo di Bruxelles, una attenzione tutta puntata sulla questione ucraina senza occuparsi di quello che è accaduto negli ultimi mesi nelle nostra acque?».

Perché c’è questo atteggiamento? Chi sono i responsabili?

«Da un lato manca la cultura della solidarietà che si ferma davanti ad un egoismo di stato. I Paesi del Nord Europa non hanno capito sinora che non si tratta dei nostri confini, ma di quelli della casa comune e che il problema arriverà anche da loro se non pone un rimedio subito. Adesso la dimensione delle tragedie, soprattutto l’ultima ecatombe di morti, ha scosso un po’ tutti e costringe e prendere una iniziativa».

L’impressione è comunque quella di una assenza della strategia a lungo termine. È stata una buona idea favorire la caduta di Gheddafi?

«La Primavera araba non ce la siamo inventata noi. È stato un processo concreto e popolare molto profondo. In alcuni paesi ha registrato un processo compiuto e positivo come in Tunisia, in altri come l’Egitto e il Marocco è stato positivo ma contraddittorio. In Libia la situazione è sicuramente negativa perché il paese è imploso nel frazionamento tribale».

In effetti Gheddafi usava i profughi come un rubinetto che apriva e chiudeva nel corso delle sue trattative. La Libia non è tra le priorità dell’Europa?

«Lo deve diventare. Sicuramente al centro della discussione di giovedì c’è anche il sostegno all’azione della Mogherini che punta alla formazione di un governo di unità nazionale per avere un interlocutore unico in quel Paese».

Una inversione di tendenza rispetto all’immobilismo degli ultimi anni?

«Direi di sì. Siamo stati abbastanza passivi rispetto ai processi in corso in Medio Oriente e adesso ne stiamo pagando le conseguenze. L’Unione europea può incidere decisamente di più rispetto al passato».

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