Presidente del gruppo S&D in Parlamento europeo
EUROPARLAMENTARE DEL PARTITO DEMOCRATICO

I valori della sinistra europea

Gianni Pittella

di Gianni Pittella – “L’Unità”, 3 maggio 2017

L’orologio dell’Europa batte l’ora sulla Francia. Ora la priorità assoluta per gli europei, non solo per i francesi, è sconfiggere la minaccia lepenista.

La vittoria di Macron al secondo turno delle elezioni francesi significa che la Francia non abbandona l’orizzonte riformista e progressista ed anzi sbarra la strada alle forze che vogliono riportare indietro le lancette della storia.
Ma ciò che avviene da tempo nel corpo vivo della società europea e mondiale e che ha portato alla Brexit e alla vittoria di Trump non può essere rimosso.

È in atto una frattura sociale e culturale tra i sostenitori di una società aperta ed inclusiva e quelli che ne rivendicano una chiusa e intollerante. Identità e universalismo, invece di procedere mano nella mano, sono diventati poli opposti.

E questa frattura ricalca pressoché fedelmente la divisione tra chi sta bene e chi sta male, con i primi a sostegno di una comunità aperta e progressista ed i secondi sempre più attratti dal rigurgito identitario. La geografia del voto francese al primo turno ne è la prova più eloquente.

La mia convinzione è che questa spaccatura sia il frutto avvelenato di una globalizzazione non governata, che ha prodotto vantaggi enormi per alcuni e svantaggi profondi per altri territori e gruppi sociali. La delocalizzazione di moltissime imprese manifatturiere fuori dell’occidente crea deserto produttivo e sacche vaste di disoccupati o precari. L’adeguamento alla nuova economia digitale può creare nuove diseguaglianze tra lavoro qualificato e non.
Alla globalizzazione dei flussi finanziari e alla affermazione di un turbo capitalismo finanziario senza controlli si è accompagnata la crescita della mobilità delle persone, acuita soprattutto nel Mediterraneo dalla instabilità, dalle guerre, dal terrorismo.

È in questa miscela di migrazioni, disoccupazione e emarginazione crescenti, e nel diffuso senso di rabbia e di paura che ne è derivato, che ha trovato alimento la demagogia disfattista delle destre xenofobe, razziste e, nel nostro caso, anti-europee.

L’esito del primo turno delle presidenziali francesi è la fotografia di questo paesaggio politico devastato.

Se è vero che le profonde e rapide trasformazioni che hanno investito l’Occidente hanno spiazzato le grandi opzioni ideologiche del Novecento, è altrettanto innegabile che la proposta politico-culturale socialdemocratica deve rinnovarsi.

Diciamo la verità, la specificità socialdemocratica sulle scelte di fondo dell’Europa appare da tempo indistinguibile. Si devono combattere estremismi e conservatorismi, ma è altrettanto necessario riabbracciare la radicalità dei nostri valori.

Il mercato va governato davvero, non solo a parole. Dobbiamo guidarlo e non essere guidati. E questo può essere fatto solo da chi come l’Europa ha i numeri e la forza critica per farlo.

Ciò significa svegliarsi dal torpore che ha seguito la crisi finanziaria del 2008, riprendere la strada della tassa sulle transazioni finanziarie, la lotta ai paradisi fiscali e ai tax ruling, con la previsione di normative che impongano di pagare le tasse dove si fanno i profitti.

Significa una nuova politica economica libera dalla austerità e da una disciplina di bilancio ingessata da numerini scelti senza alcuna evidenza scientifica, e invece finalmente capace di adeguarsi ai mutamenti congiunturali.

Lo diciamo da tempo: il fiscal compact e la sua filosofia vanno smantellati, le regole fiscali radicalmente cambiate.

Fondamentale sarà poi rivedere il nostro approccio al commercio internazionale attraverso un processo di riforma nel senso del rispetto degli standard sociali e ambientali e di salute a difesa di cittadini e consumatori e della massima trasparenza.

Il tempo delle incertezze e delle ambiguità europee è finito. Abbiamo denunciato la fine della stagione della grande coalizione tra destra e sinistra, fra Ppe e Pse proprio per reintrodurre nel dibattito politico europeo la spinta dinamica del confronto ed anche del conflitto tra le grandi opzioni politiche e ideali. Per dire con chiarezza che serve una politica di asilo europea per i rifugiati e una politica comune di governo dei flussi migratori, alla insegna della solidarietà e della sicurezza, che serve una agenda sociale europea. Insomma, per stare davvero dalla parte di chi ha sofferto i cambiamenti globali degli ultimi anni.

Per reclamare un colpo d’ala sulla riaffermazione dei diritti umani, rompendo l’afasia delle istituzioni europee a fronte dell’oltraggio che alla civiltà dei diritti viene quotidianamente recato dai vari Orbán, Erdoğan, Kaczyński.

È in questo quadro che si colloca il rilancio della iniziativa politica del PD, uscito rafforzato giorni da una prova straordinaria di mobilitazione democratica che non ha eguali in Italia ed in Europa. Ed è questa l’aspettativa di fondo con cui, anche fuori del nostro Paese, si guarda alla vittoria di Matteo Renzi ed al suo rientro da protagonista in Italia e in Europa.

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