Il messaggio che viene da Atene è chiaro: l’Ue ritrovi la solidarietà – Gianni Pittella

Il messaggio che viene da Atene è chiaro: l’Ue ritrovi la solidarietà

Bandiera Grecia

intervista di Corrado Castiglione – “Il Mattino”, 6 luglio 2015

Da Atene giunge un messaggio forte e chiaro: l’Europa deve tornare allo spirito di solidarietà che animò i padri fondatori dell’Unione. Pensieri e parole di Gianni Pittella, capogruppo del Pse all’Europarlamento.

Onorevole, pare che i greci non si siano lasciati intimidire dai bancomat vuoti. Che ne dice?

Non c’è dubbio: il popolo greco, seppure debilitato da cinque anni di austerità e recessione, ha inteso dire no in maniera ferma all’accordo con i creditori. Quel piano non era sostenibile sul piano economico. Ne servirà un altro. Perché una cosa è certa: il no dei greci riguarda soltanto quell’intesa, ma sull’Euro e l’Ue la Grecia vuole andare avanti.

Non le sembra una sconfitta cocente e alquanto inedita per la Merkel?

Sicuramente esce sconfitta la linea del rigore cieco e sordo. Finora non si è voluto capire che una cosa è mettere i conti in salvezza e un’altra è pretendere che ciò avvenga in maniera così perentoria e veloce, finendo così per tarpare le ali dello sviluppo e dell’occupazione. L’esigenza di avere Paesi dal bilancio sano è giusta, ma non si può pensare che poi tutto questo debba avvenire distruggendo posti di lavoro. Così si esasperano i cittadini europei.

Perdoni, ma il compito di far capire le esigenze dei territori non toccava proprio al parlamento europeo? Non pensa che qualche errore sia stato fatto anche a Strasburgo, magari anche dal gruppo dei socialisti che lei presiede? 

Non posso dare alcuna colpa all’Europarlamento, che non ha avuto poteri sulle decisioni economiche. Aggiungo e ricordo: la decisione di inasprire il patto di stabilità è stata presa dai governi. Dal canto mio ho sempre detto che un certo tipo di linea finiva per maciullare l’economia di alcuni Paesi, stava portando alla disaffezione dei cittadini e addirittura stava favorendo l’insorgere di posizione radicali.

Dunque i socialisti europei non hanno colpe?

Non dimentichiamo che a quei tempi l’accordo sull’inasprimento delle regole riguardanti il disavanzo e sul famoso limite del 3% nel rapporto debito/Pil fu fatto da Merkel, Sarkozy, Berlusconi, ovvero da governi europei di centrodestra.

Invece nell’Europarlamento…

Abbiamo assunto in quest’ultimo anno una forte iniziativa pubblica. Devo dire che in Juncker abbiamo trovato un interlocutore attento, tant’è che è pronto il piano per l’investimento di 315 miliardi per far ripartire la crescita.

Cosa può succedere ora?

Adesso è fondamentale che si riapra al più presto un tavolo negoziale.

Lei ci crede?

Ci metto la mano sul fuoco. Anzi, faccio notare: nei giorni scorsi io ho avuto modo di parlare con tutti i protagonisti, da Tsipras a Moscovici e a Juncker. Ebbene, le condizioni per giungere ad un accordo c’erano tutte. Poi è intervenuto a gamba tesa il ministro delle Finanze tedesco, in maniera assolutamente incomprensibile, ed è saltato tutto. Eppure l’accordo era a portata di mano.

Quale sarà il punto di mediazione?

È chiaro che ora va varato un altro programma di prestito. Dal canto suo Juncker ha messo sul piatto circa 40 miliardi di fondi europei. Poi è naturale: bisognerà venire incontro alle richieste dei greci, che chiedono una ristrutturazione del debito con interessi più bassi e scadenze più lunghe nel tempo. Ma la Grecia dovrà impegnarsi: certo non con quelle cure da cavallo che poi ammazzano, ma con riforme vere nel lavoro, nel fisco, contro la corruzione, nella Pubblica amministrazione.

Da Atene arriva un messaggio chiaro per l’intera politica europea, a partire dal nodo delle quote per gli immigrati: non le pare?

È così, il no di Atene dice proprio questo: bisogna cambiare marcia. Non si può andare avanti senza il rispetto del principio di solidarietà, altrimenti l’Europa si distruggerà. Va costruita una vera e propria agenda sociale. E qui torno ad un mio vecchio pallino: sarebbe auspicabile la condivisione di almeno parte del debito.

Eurobond, dunque?

Certo, naturalmente offrendo garanzie: qui nessuno vuole tirare trabocchetti alla Germania. Però sarebbe la strada migliore per recuperare altre risorse. E nuova liquidità darebbe nuovo fiato alla ripresa economica dei Paesi europei. D’altro canto è evidente: qui o si muore o si fa un triplo salto in avanti. Io preferirei saltare.

Onorevole, da italiano, oggi non prova il rimpianto per un no che l’Italia non ha saputo pronunciare di fronte all’Europa dei tecnocrati e dei banchieri?

Di sicuro ho sempre ritenuto un errore inserire in Costituzione il concetto di pareggio in bilancio. Perché in tanti casi un debito sano e fisiologico è utile per assicurare sviluppo e occupazione. Ad ogni modo credo che con Renzi l’Italia abbia imboccato la strada giusta. Però adesso non è il momento di fare mea culpa. Piuttosto ci si rimbocchi le maniche: l’Europa deve cambiare passo.





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