I miei 8 punti per la nuova Europa – Gianni Pittella

I miei 8 punti per la nuova Europa

Le elezioni europee del 25 maggio saranno davvero decisive.

In gioco non c’è infatti semplicemente la composizione del prossimo Parlamento europeo, un’istituzione che negli ultimi anni ha assunto nuovi e più importanti poteri.

In palio c’è il futuro dell’ Europa.

Bisognerà scegliere se abbandonare l’ Europa alla deriva oppure trovare la forza per far ripartire il progetto europeo.

Molte cose all’interno dell’Unione europea non funzionano e vanno cambiate. La politica economica, asfissiata da una austerità che deprime i consumi e distrugge posti di lavoro. L’eccessiva timidezza dei governi nazionali troppo spesso riluttanti ad accettare quelle cessioni di sovranità che invece sono necessarie. Il peso di una burocrazia europea che a volte sembra pensata per scoraggiare la creatività di imprese e cittadini.

Nonostante queste debolezze, l’Unione Europea resta il futuro del nostro continente.

È il nostro futuro per ragioni ideali perché l’unità europea è il più grandioso progetto di riconciliazione tra nazioni mai pensato nella storia contemporanea.

È il nostro avvenire per ragioni di convenienza perché senza unità europea la “vecchia Europa” coi suoi Stati nazione sarebbe destinata all’irrilevanza e alla marginalità di fronte ai cambiamenti planetari che stanno cambiando le nostre società.

La risposta alla crisi dell’Unione Europea non deve essere pertanto “meno Europa” ma “più Europa”.

E se è vero che alcune cose non vanno in Europa, è altrettanto vero che tante sono le conquiste europee da rivendicare: l’ Erasmus che ha trasformato la vita di tanti ragazzi; la politica agricola comune che fa vivere le nostre campagne proteggendoci dall’invasione di prodotti esteri, l’Unione Bancaria che ha messo in sicurezza i depositi dei risparmiatori europei e tanti altri sono gli esempi.

Ma per fare ripartire l’ Europa non basta rivendicare ciò che di buono è stato fatto. C’è bisogno di coraggio e speranza.

Serve una nuova offensiva europeista che, con ambizione e forza, faccia ripartire il progetto europeo. Oggi il peggior nemico dell’ Europa non sono i populismi ma la tendenza ai compromessi al ribasso, l’inazione e la mancanza di audacia.

Con le elezioni del 25 maggio il Partito democratico, guidato da Matteo Renzi, si candida a diventare la principale forza di cambiamento in Europa ed io ho accettato con entusiasmo di mettere a disposizione del mio partito e della mia terra la mia esperienza e passione per l’ Europa. Per me l’ Europa è una scelta di vita e lo scrivo senza retorica perché a questa scelta sono stato sempre fedele con le azioni e non solo a parole, ad esempio, sempre restando a Bruxelles a fare il mio dovere di eletto. Avere vissuto l’ Europa in prima persona mi ha cambiato, ha modificato la mia maniera di vedere e vivere la politica.

Di fronte alle difficoltà attuali, è fondamentale che ognuno di noi si impegni, senza retorica ma con azioni concrete, nella offensiva per l’ Europa unita.



1. SCONFIGGERE LA TRAGEDIA EUROPEA: LA MANCANZA DI LAVORO

La principale tragedia europea si chiama disoccupazione. Il lavoro non è solo una fonte di sostentamento ma è la chiave per ottenere quella libertà, autonomia e indipendenza a cui tutti hanno diritto nella vita.

Nella prossima legislatura tutti gli sforzi devono essere concentrati nella creazione e difesa dei posti di lavoro. Per fare questo è necessario superare l’approccio suicida perseguito a livello europeo negli ultimi anni. L’austericidio, l’attuazione cioè di politiche economiche che hanno ridotto in maniera indiscriminata spesa e investimenti pubblici, è la principale causa della attuale stagnazione europea.



2. CAMBIARE IL PATTO DI STABILITÀ

Per fare ripartire la crescita e creare posti di lavoro veri è fondamentale archiviare questa stagione disastrosa di politica economica. Bisogna rimettere mano al Patto di Stabilità e crescita, che va reso più flessibile e meno dogmatico. Il limite del 3% va interpretato con intelligenza e non deve essere fine a sé stesso.

Nel medio periodo, bisogna neutralizzare il patto di stabilità. E questo lo si può fare restando all’interno del quadro del diritto dell’Unione Europea: il patto stesso prevede infatti che in caso di “eventi economici sfavorevoli imprevisti”, alcuni Stati membri possano richiedere una deroga alla sua applicazione. Gli attuali rischi di deflazione in alcuni Paesi potrebbero a mio parere costituire un evento economico sfavorevole che deve portare a neutralizzare il Patto per gli Stati membri in questione.

Nel lungo periodo, bisogna invece porre le basi per una modifica dei trattati ed un superamento del patto di stabilità.

Superare la politica d’austerità vuol dire anche cancellare la Troika composta da Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e la Commissione Europea, che tanto male ha fatto ai Paesi sotto assistenza finanziaria, come bene sanno i cittadini e le famiglie greche. La Troika deve esser sostituita da una nuova struttura incardinata nel diritto dell’Unione Europea, responsabile delle proprie azioni di fronte al Parlamento europeo.

La neutralizzazione del patto di stabilità nel breve periodo e la sua riforma nel lungo renderanno finalmente possibile l’attuazione di politiche di bilancio espansive in grado di sostenere la domanda.



3. GOVERNARE LA FINANZA

Gli ultimi venti anni sono stati caratterizzati in Europa da un ribaltamento del rapporto di forza tra sfera finanziaria e dimensione politica. La finanziarizzazione dell’ economia ha ridotto l’autonomia delle scelte politiche. Il primato della finanza sulla politica si è rivelato in tutta la sua forza durante la crisi del debito sovrano dell’ eurozona.

Impantanate nella stagnazione economica, logorate dalla disoccupazione, le economie europee si trovano ora costrette ad adottare piani di austerità durissimi che rischiano di ridurre la crescita economica e di alimentare disoccupazione, pregiudicando così il benessere e la coesione sociale delle nostre società. Su questo è necessario un discorso di verità: la decisione di promuovere piani di austerità è soprattutto il frutto delle pressioni dei mercati finanziari in quanto la definizione di tali orientamenti è stata sottratta al dibattito politico.

Governare la finanza, limitarne lo strapotere, sono pertanto sempre più un imperativo democratico prima che economico. Per contrastare il rischio della subalternità a logiche finanziarie e per ricollocare le dinamiche finanziarie all’ interno di uno spazio di sovranità democratica, ritengo fondamentale regolamentare i flussi internazionali di capitale riducendone cosi’ la volatilità. In questo senso, va introdotta una Tobin tax europea, un prelievo sulle transazioni finanziarie i cui proventi devono costituire risorse proprie per il bilancio dell’ UE.

In secondo luogo, va sostenuta l’introduzione degli Eurobonds, titoli obbligazionari emessi dall’Unione Europea e finalizzati a sostenere i bisogni di finanziamento degli Stati membri nonché un grande piano a sostegno della crescita europea. L’ introduzione degli Eurobonds costituisce, in particolare, un primo passo per il ristabilimento della sovranità delle istituzioni democratiche europee.

Fondamentale sarà continuare lungo la strada della riforma del sistema bancario. Banche troppo opache che si sono trasformate in fondi speculativi incuranti degli interessi di famiglie e imprese minacciano ancora la stabilità finanziaria europea. Nella prossima legislatura, prioritario sarà il miglioramento della proposta della Commissione di riforma della struttura bancaria. Questa riforma lascia molto margine di manovra alle autorità nazionali e non affronta i problemi centrali del sistema bancario: l’eccesso di opacità e la tendenza ad assumere rischi eccessivi. Per rendere le strutture bancarie meno opache ed evitare che si trasformino in strutture meramente speculative: è indispensabile procedere alla separazione tra banche d’investimento e di deposito sulla scorta di quanto fatto dall’amministrazione Obama negli USA.



4. UNA BANCA CENTRALE AL SERVIZIO DEL LAVORO E DELLA CRESCITA

Ma non potrà mai esserci un’autentica offensiva europeista a favore del lavoro e della crescita se non si rivede il ruolo della BCE.

Nell’ultima legislatura, in quanto responsabile per i socialisti del dossier sul primo pilastro dell’Unione bancaria e relatore del rapporto annuale 2012 della Banca Centrale Europea, mi sono sempre battuto perché la BCE diventi una banca centrale normale, prestatrice di ultima istanza in grado cioè di finanziare direttamente Stati e imprese.

In questo quadro va sostenuto un nuovo protagonismo della BCE sui mercati azionari da realizzarsi attraverso quello che tecnicamente si definisce allentamento quantitativo (“quantitative easing”). La Banca Centrale deve cioè immettere liquidità direttamente sui mercati attraverso l’acquisto di titoli. Un maggiore attivismo della BCE su questo fronte attraverso l’immissione di liquidità può inoltre permettere di evitare che l’Euro si apprezzi eccessivamente sui mercati valutari indebolendo così la competitività delle nostre industrie manifatturiere.

Nel lungo periodo, è fondamentale procedere ad una revisione dello statuto della BCE perché essa non abbia unicamente l’obbiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi ma anche quello di sostenere la crescita e l’occupazione.

Bisogna inoltre fare di più per aumentare la trasparenza della BCE, rendendo ad esempio le minute delle riunioni del suo massimo organo pubbliche.



5. L’EURO. DA COMPLETARE MA NON DA DISTRUGGERE.

La moneta unica europea costituisce una grande conquista per il nostro Paese da difendere e salvaguardare. Gli apprendisti stregoni che paventano un’uscita dell’Italia dall’Euro sono degli irresponsabili. Il ritorno alla lira porterebbe infatti probabilmente al default non solo dello Stato italiano ma anche di moltissime famiglie e imprese.

La nuova lira che sostituirebbe l’euro avrebbe infatti un valore decisamente inferiore all’attuale euro, sarebbe in termini tecnici deprezzata. Questo vuol dire che la necessaria conversione in lire dell’enorme stock di debito pubblico detenuto in euro porterebbe ad un aumento spettacolare del suo valore: l’Italia si troverebbe gravata da una montagna di nuovo debito pubblico difficilmente sostenibile.

Lo stesso varrebbe per le famiglie. I mutui e debiti precedentemente contratti in euro, ora convertiti nella nuova lira, aumenterebbero di valore così come i tassi di interesse che si impennerebbero. Questo vuol dire gettare sul lastrico numerose famiglie e imprese che sarebbero incapaci di rimborsare i debiti contratti.

Anche il costo della vita esploderebbe. Prendiamo ad esempio la fattura energetica. Nel consumo di energia l’Italia dipende per più dell’80% dalle importazioni estere. Con una nuova lira più debole, il costo dell’energia esploderebbe e questo avrebbe degli effetti deleteri sui costi di produzione dei beni italiani. Pensate poi al costo delle bollette delle famiglie, per non parlare della benzina.

Mi sembra quindi evidente che l’euro sia un elemento di difesa della nostra economia. L’Euro insomma non è il problema come anche molti euro-fobici sembrano riconoscere implicitamente. Non è infatti casuale che nessun eurofobico abbia mai proposto un piano realistico e fattibile per organizzare una uscita indolore dall’euro. Nessuno lo ha mai proposto perché un’uscita dell’Italia dall’euro non potrebbe che essere devastante. Invece di concentrarci su inesistenti piani B, cerchiamo piuttosto di completare l’ euro e correggerne le debolezze.

La prima debolezza riguarda la Banca Centrale Europea le cui funzioni come abbiamo visto sopra devono cambiare.

Ma il grande handicap dell’Euro è politico. Mai nella storia è esistita una moneta comune che non si appoggiasse su un quadro di istituzioni politiche comuni. Il problema dell’euro non è quindi la sua esistenza ma piuttosto la sua incompiutezza, il suo cioè non essere sostenuto e pilotato da un governo economico dell’ Unione Europea.

La nascita dell’ euro rende quindi inevitabile e non più prorogabile la creazione degli Stati Uniti d’ Europa.



6. LA BATTAGLIA PER GLI STATI UNITI D’ EUROPA

La prossima legislatura del Parlamento europeo dovrà essere costituente. Il Trattato di Lisbona prevede che il Parlamento Europeo possa farsi iniziatore del processo di revisione dei trattati.

La nuova architettura istituzionale dell’Unione Europea che scaturirà dal processo costituente deve prevedere la trasformazione della Commissione Europea in un autentico governo dell’Unione Europea. Il Parlamento Europeo deve diventare la Camera Bassa dell’Unione a cui attribuire pieno potere di iniziativa legislativa. Il Consiglio europeo sarà invece la camera alta dell’Unione. La procedura legislativa ordinaria (co-legislativa) che riconosce un ruolo centrale nel processo legislativo sia al Parlamento che al Consiglio deve essere generalizzata. Bisogna creare inoltre un autentico tesoro europeo che possa alimentarsi con risorse proprie.



7. UNA POLITICA ESTERA CORAGGIOSA A DIFESA DEI DIRITTI UMANI

L’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune deve diventare un vero Ministro degli esteri.

La mobilitazione ucraina ma anche le speranze europeiste di ampi settori della società turca dimostrano che l’Europa resta nel mondo un’ancora per la democrazia e la difesa dei diritti umani.

Sul fronte della politica estera c’è bisogno di un nuovo slancio. Le titubanze dell’UE a sostenere i movimenti pro-democratici dimostrano chiaramente che l’Europa sul tema del rispetto dei diritti umani deve fare di più.

In attesa di una politica estera comune auspico un nuovo orientamento in materia di politica commerciale dell’UE. È fondamentale introdurre un sistema graduale di ambiziose condizionalità democratiche. La Troika della politica di bilancio deve essere sostituita da una nuova troika democratica della politica commerciale (Parlamento EU+ DG TRADE + rappresentante speciale UE diritti umani). Ogni forma di assistenza finanziaria e di accordo commerciale UE deve essere sottoposta alla verifica periodica del rispetto di una road map per i diritti umani definita con le autorità nazionali.

Negli ultimi decenni, l’Unione Europea ha inoltre perseguito la strada dell’allargamento verso Est. Ed è importante che nei prossimi anni questa attenzione geo-politica venga mantenuta, continuando, ad esempio, a sostenere la cosiddetta Eastern Partnership che deve puntare a stabilizzare e far prosperare molti Paesi del blocco ex sovietico.

Ma la spinta verso Est non deve farci sottovalutare l’importanza del Mediterraneo. L’asse centrale della politica estera dell’Unione Europea dovrà essere a Sud ed è per questo necessario ripensare la politica euro-mediterranea. Sia il processo di Barcellona lanciato nel 1995 che l’Unione per il Mediterraneo promossa nel 2007 si sono rivelate esperienze non positive. Uno dei principali difetti di questi progetti era nel loro carattere troppo generale, nell’ incapacità nell’individuare un tema operativo che potesse dare un senso reale alla cooperazione euro-mediterranea. Io ritengo che in futuro tale cooperazione debba essere costruita attorno ad un progetto concreto: il sostegno al capitale umano nel Mediterraneo. Per questo, credo che il Parlamento Europeo nel prossimo mandato debba lanciare il progetto MARE (Mediterranean Area for Research and Education), ossia un grande piano a sostegno della mobilità e cooperazione a livello universitario nel Mediterraneo.



8. IL MEZZOGIORNO AL CUORE DELL’OFFENSIVA EUROPEISTA

L’offensiva europeista non può che partire da quel Mezzogiorno d’Europa che più soffre gli effetti delle scelte sbagliate degli ultimi anni.

Senza Europa, il nostro Mezzogiorno rischia l’isolamento e la marginalità, perché la risposta alle fragilità meridionali passa per Bruxelles. Ma per cambiare l’ Europa da Sud anche il Mezzogiorno deve cambiare. Serve una nuova assunzione di responsabilità da parte delle classi dirigenti ma anche della società meridionale nel suo complesso. Il nuovo ciclo della politica di coesione 2014-20 sarà il banco di prova su cui testare la determinazione verso il cambiamento del Mezzogiorno. Bisogna superare approcci clientelari e interventi frammentari e concentrare le risorse della programmazione sulle grandi spese di avvenire: l’istruzione e la formazione del capitale e la costruzione delle infrastrutture fisiche e immateriali che permetteranno alla società del Mezzogiorno di tornare ad essere centrale in Europa.

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