Un primo varco, il Mezzogiorno spenda invece di criticare gli altri – Gianni Pittella

Un primo varco, il Mezzogiorno spenda invece di criticare gli altri

intervista di Alessandra Chello – “Il Mattino”, 27 novembre 2014

Uno squarcio di sole nel buio dell’austerità. Il risveglio dal lungo letargo pilotato da Barroso. Così Gianni Pittella, presidente del gruppo S&D al Parlamento europeo, definisce il piano targato Juncker. Ma poi non risparmia una sonora strigliata al Mezzogiorno colpevole ancora una volta di non riuscire a spendere i fondi assegnati.

Per molti quello del presidente della Commissione Ue è stato bollato come un piano fasullo partorito da un personaggio che qualcuno definisce il burattino della Merkel. Lei che ne pensa?

«Ne penso tutto il bene possibile. Perché oggi siamo davanti a una svolta, frutto della nostra battaglia politica. L’aria è cambiata: se cinque anni fa Barroso aveva fatto della sua bandiera il rigore assoluto, adesso la musica è un’altra. Il nuovo mantra è investimenti, crescita e lavoro».

 Ma basterà un semplice cambio di mantra a far decollare l’Europa?

«Il piano è realistico purché l’opera venga realizzata. Noi avevamo vincolato il nostro appoggio a Juncker proprio a questo impegno. Siamo soddisfatti a partire dal metodo. Vale a dire il fatto che abbia presentato questo programma proprio da noi. È finito il tempo degli accordi oscuri. Ora il Parlamento avrà un ruolo di protagonista e indietro non si torna. A noi non interessano i giudizi delle agenzie di rating, ma la vita dei cittadini. Adesso servono priorità chiare, a partire dall’efficienza energetica e uno sviluppo economico compatibile».

Ma i socialisti avrebbero voluto più denaro pubblico e dunque non solo i 21 miliardi che di fatto sono stati annunciati…

«Credo sia importante non tralasciare l’effetto moltiplicatore innescato dalla Bei. Si tratta di un rapporto di 1 a 15 per cui alla fine con 21 miliardi di investimenti si produrranno 300 miliardi di investimenti complessivi. Ai quali vanno aggiunti i singoli contributi messi in campo dai vari stati membri».

Conferma quel che ha detto Juncker e cioè che le nuove risorse verranno scomputate dal patto di stabilità?

«Certo. Questa è la prima volta che accade e dunque è davvero una svolta. Le premesse ci sono tutte. Adesso però vanno accompagnate fino al decollo. Credo ci vorranno almeno sei o sette mesi. Nel frattempo ho chiesto al presidente della Bei di darci una risposta chiara anche sul pacchetto di finanziamenti già selezionato dai ministri dell’Ue. Si tratta di 40 miliardi di investimenti chiesti dall’esecutivo italiano all’interno dei quali ci sarà anche la Napoli-Bari e la Salerno-Reggio Calabria oltre al cablaggio del Sud».

Il governo però ha deciso di ridurre a un terzo le risorse destinate per la programmazione 2014-2020 a Campania, Sicilia e Calabria. Insomma, non sarà che il Sud resta beffato perché avrà meno fondi di tutti gli altri?

«Credo sia l’ora di finirla con l’eterno bisticcio tra chi finanzia cosa, tra regioni e Stato. L’importante è fare, non recriminare. Il Meridione farebbe bene a spendere in modo sensato quel che ha avuto. Poi si può discutere d’altro».

Dica la verità: lei crede alla chance della quale parla Juncker sull’ingresso di capitali privati o è soltanto un’esercitazione virtuale?

«Ci credo eccome. Se mettiamo sul piatto offerte serie, fattibili, attiveremo nuove risorse. I settori fondamentali sono già stati individuati: energia; agenda digitale; innovazione; beni culturali; scienza, ricerca, logistica e trasporti. Ma dobbiamo anche riuscire a saper trasmettere fiducia, altrimenti finirà come sempre che il danaro privato sceglierà mercati africani o cinesi».

 





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